Sono rientrata al lavoro

Dopo una pausa non scontata, non ovvia, imperfetta ma necessaria.

Ho preso tre mesi di pausa.

Non perché potevo permettermelo.

Ma perché non potevo più permettermi di continuare così.

Lo so, scegliere di fermarsi è qualcosa di coraggioso, quasi fuori tempo in un’epoca fatta di flussi continui e ritmi veloci. Ma a un certo punto ho fatto un respirone e ho messo on hold quel ritmo: la mia vita di mamma lavoratrice stava diventando una corsa continua, senza più spazio per capire cosa stesse succedendo davvero.

E allora mi sono presa tempo, per mettere ordine, fuori e dentro.

Me lo chiedeva il corpo, e insieme a lui le emozioni, un po’ confuse, un po’ irrequiete.

Quelle domande che continuavano a tornare: “È davvero questo quello che voglio?” “Perché mi sento così?” “Cosa non sta funzionando?”

C’è stata anche vertigine, sì. Ma quella che, cantandola al vento, somiglia più a voglia di volare che a paura di cadere.

E così mi sono fermata davvero.

E nel fermarmi ho iniziato a mettere ordine: nelle priorità, nelle insoddisfazioni, in quel rumore di fondo fatto di “se avessi tempo farei…”.

Il risultato?

Non è stato quello che mi aspettavo.

Le cose che non ho fatto, nonostante finalmente avessi tempo, non erano davvero importanti per me: poterle lasciare andare ha fatto spazio. Spazio mentale, prima di tutto, che significa meno rumore, meno dispersione.

Ho rimesso un po’ di ordine intorno a me — non perfetto, ma sufficiente per muovermi con più serenità nel mio spazio, senza avere sempre la sensazione degli irrisolti in sospeso.

Ma soprattutto, ho ripreso a dormire.

Come mi sento

Sono orgogliosa di questo periodo.

Ho ascoltato il mio corpo, che per mesi ha funzionato con due ore di sonno a notte. Ho ascoltato il mio cuore, che chiedeva una pausa anche se non sembrava “il momento giusto”.

E ho fatto qualcosa che sulla carta è semplice, ma nella pratica molto meno: mi sono avvalsa di un mio diritto. Ho preso tre mesi di congedo parentale.

Tre mesi non lineari, non perfetti, a tratti anche lenti e piovosi. Ma profondamente necessari.

Ho camminato tanto. Ho letto, studiato, fatto networking, ragionato. Ho dato spazio a quella parte curiosa di me che spesso resta compressa.

E, pezzo dopo pezzo, ho iniziato a vedere una visione più chiara.

Non definitiva, ma più mia.

“Pensa con la tua testa”

So che non è stata una scelta scontata, e ne sono fiera.

Perché alla fine, l’asset più importante che abbiamo non è il tempo, né le opportunità, ma è la nostra capacità di pensiero critico, la capacità di ascoltare i nostri bisogni. È quella che ci permette di fare scelte che siano davvero nostre.

“Maria, mi raccomando, pensa sempre con la tua testa.”

È una frase che mio padre mi ripete da sempre. Un mantra che accompagna la mia vita.

Perché alla fine non è quello che fanno gli altri — o quello che si aspettano — a definire le nostre scelte.

È quello che, in quel momento, è giusto per noi.

Eppure, non è sempre stato così.

Quante volte ti è capitato di scegliere senza sentirti davvero libera?

Di seguire una strada perché era quella “giusta”, quella attesa?

A me è successo spesso, soprattutto negli studi e nel lavoro.

Perché nel lavoro, molto spesso, non scegliamo davvero, seguiamo traiettorie già scritte e le chiamiamo “scelte”.

Una volta ingegnera, la strada sembra tracciata. Anche quando senti che qualcosa non risuona, che l’ambiente in cui sei non ti rappresenta fino in fondo.

E allora continui.

In automatico.

Senza chiederti più se quello che stai facendo è coerente con chi sei diventata.

Finché a un certo punto tutto sembra fuori posto, quasi distopico. E lì pensi che l’unica via sia cambiare tutto, andarsene, ricominciare altrove.

Ma non è sempre così.

Non serve per forza stravolgere la propria vita.

Da ragazza pensavo che le scelte fossero definitive, che scegliere una strada significasse restarci… mamma mia se mi faceva paura scegliere.

Oggi la vedo diversamente: oggi so che le scelte non sono punti fermi, ma sono fotografie temporanee di chi siamo in un certo momento.

E se cambiamo — e cambiamo — devono poter cambiare anche loro.

Non è incoerenza.

È evoluzione.

In questi mesi ho capito anche un’altra cosa.

Avere agency non significa fare di più. Significa scegliere in modo intenzionale, anche quando è scomodo, anche quando non è previsto.

E avere effective agency significa qualcosa in più: capire il contesto in cui ci muoviamo, con le sue dinamiche e le sue non linearità, e riconoscere i gradi di libertà reali che abbiamo.

Non è tutto aperto, ma non è nemmeno tutto chiuso.

E lì dentro possiamo muoverci.

Ho capito che il punto non era cambiare tutto.

Ma cambiare lente.

Capire come stare. Come restare, se restare.

Perché anche dentro un’azienda, la strada non è una sola.

Non esiste solo la scalata: ci sono spostamenti laterali; ci sono cambiamenti di linguaggio, di postura, di modo di stare nelle situazioni; ci sono opportunità che diventano visibili solo quando smetti di guardare tutto nello stesso modo.

Era il momento di rientrare.

Sono tornata al lavoro da pochi giorni e mi sento diversa nel modo in cui lo guardo.

Più lucida.

Più presente.

Più intenzionale.

Non perché “mi serviva solo riposo”, ma perché quel tempo mi ha dato spazio per vedere meglio.

E quando vedi meglio, puoi scegliere meglio.

Se restare.

Se andare.

E soprattutto come.

Ti risuona?

Se ti riconosci in questa sensazione, ovvero di aver seguito il percorso giusto, ma di non sentirti davvero nel posto giusto, sappi che non è solo una questione individuale.

Ci sono dinamiche, contesti, aspettative che influenzano molto più di quanto pensiamo le nostre scelte.

E finché non le vediamo, rischiamo di interiorizzarle.

Per questo ho raccolto alcune di queste dinamiche invisibili in un freebie, per iniziare a riconoscerle e dare loro un nome.

👉 Lo trovi qui: Gender Gap decoder - Starter Kit.

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