Effective Agency
Quando le donne nelle STEM scelgono davvero il loro percorso professionale
Ti sei mai chiesta da cosa sono state davvero guidate le tue scelte?
Sempre libere? O, almeno in parte, condizionate?
E soprattutto: condizionate da cosa?
In questo articolo ragioniamo insieme su cosa significa scegliere davvero, focalizzandoci sulle carriere delle donne in contesti STEM.
Cosa significa davvero scegliere (e perché non partiamo tutte dallo stesso punto)
Diventando adulta, nel mio percorso personale e professionale, ho sempre pensato di essere una persona libera nelle mie scelte. Ho scelto cosa studiare. Ho scelto che lavoro fare. Ho scelto come costruire la mia carriera.
O almeno, così credevo. Perché c’è una narrativa molto potente, soprattutto nel mondo del lavoro e nelle STEM, che suona più o meno così: “Se vuoi, puoi.”, “Persevera nei tuoi sogni e li realizzerai”.
Lo abbiamo anche sentito dire la scorsa settimana quando il diciannovenne Kimi Antonelli ha vinto il suo primo Gran Premio di Formula 1.
Queste sono frasi che offrono una prospettiva che funziona, motiva, spinge, dà energia. Ma quanto corrisponde al vero? È davvero sufficiente “sognare” per competere e vincere a quei livelli quando il resto dei coetanei stanno completando le scuole superiori, se va bene?
Come il contesto influenza le scelte delle donne nelle STEM
Quando guardiamo alle nostre decisioni, tendiamo a leggerle come qualcosa di individuale. Le attribuiamo al nostro talento, all’impegno, all’ambizione, alla dedizione. Eppure, raramente ci fermiamo a osservare il contesto in cui queste scelte prendono forma. Il contesto è costituito dal punto di partenza da cui ci muoviamo, dalle possibilità che abbiamo e dall’immaginario che abbiamo costruito.
Un immaginario composto da ciò che abbiamo visto crescendo, quali esempi abbiamo avuto, quali possibilità ci sono sembrate “normali”, quali, invece, lontane o non per noi.
Per molto tempo ho pensato che il punto fosse avere più fiducia, più determinazione, più coraggio. Poi ho iniziato a capire che mancava un pezzo. Non si tratta solo di quanto vogliamo qualcosa. Si tratta anche di quanto riusciamo a immaginarla possibile per noi.
Negli ultimi anni, questo tema è emerso sempre di più anche nella divulgazione STEM. Ad esempio, nel suo TEDx, Michela Cutigni racconta quanto la rappresentazione influenzi non solo ciò che scegliamo, ma ciò che riusciamo anche solo a considerare possibile e a nostra disposizione per ricalibrare il nostro percorso.
Non è solo una questione di ispirazione. È una questione di esposizione.
E questo è anche uno dei motivi per cui realtà come GenerazioneSTEM lavorano per rendere visibili percorsi, storie e modelli diversi. Perché più vediamo, più ampliamo il perimetro di ciò che consideriamo accessibile.
Agency: capire le scelte possibili
In sociologia e nelle scienze sociali si parla di Agency. Ovvero: la capacità di agire e fare scelte in modo autonomo. È un concetto molto potente che però spesso viene interpretato in modo semplificato: se hai agency, puoi scegliere qualsiasi cosa, sei tu fautrice del tuo destino.
Ma c’è che qualcosa non torna. Perché, diciamocelo sinceramente, nella realtà, le scelte non sono tutte ugualmente accessibili.
Effective Agency: muoversi strategicamente dentro il contesto STEM
Quello che ho iniziato a vedere, nella mia esperienza personale e in quella di tante altre donne, ma anche nella mia esperienza professionale ed aziendale in un contesto, quello dell’automotive, dominato da dinamiche maschili e con un retaggio di potere patriarcale ben consolidato, è che serve un livello in più.
Quello che io amo chiamare effective agency.
Non la libertà teorica di scegliere. Ma la capacità di muoversi dentro un contesto reale, fatto di:
aspettative sociali
rappresentazione
stereotipi
opportunità (o mancanza di esse)
E questo cambia tutto.
Un esempio semplice (ma non banale)
Pensiamo a una ragazza che deve scegliere cosa studiare. Sulla carta, può fare qualsiasi cosa.
Ma nella pratica:
quante donne vede in ingegneria?
quanto si sente “a suo agio” in quell’immagine?
quanto quell’ambiente le sembra accessibile?
Se non si vede, se non riconosce spazio, se non ha modelli… quella scelta, pur essendo possibile, diventa meno probabile. Non perché non può. Ma perché non si attiva davvero come opzione reale.
E questo non vale solo per l’accesso, vale anche dopo essere entrate in un determinato contesto.
Se non si ha idea di come venga valutato il lavoro, di quali siano i preconcetti verso una determinata categoria, quali sono le idee diffuse verso chi aderisce a determinati tipi di flessibilità oraria… si penserà che ogni risultato in termini di performance, promozione, o progetti e responsabilità attribuite dipenda dalle proprie capacità, dalla propria dedizione, dal proprio impegno.
Ma non sempre è solo così.
Spesso, questo locus of control interno con cui ci attribuiamo la responsabilità, il merito o la colpa di tutto quello che ci succede sul piano lavorativo… non è sufficiente a descrivere la complessità della realtà in cui ci muoviamo. Complessità che dobbiamo conoscere, se vogliamo muoverci con vera intenzionalità, con agency che sia efficace.
Perché non tutte le scelte sono uguali
Non partiamo tutte dallo stesso punto. E soprattutto: non tutte le scelte sono davvero disponibili allo stesso modo.
Questo non significa che siamo determinate dal contesto. Ma nemmeno che possiamo ignorarlo. Significa riconoscere che esiste una tensione costante tra ciò che possiamo fare e ciò che percepiamo possibile.
Cosa cambia quando lo vedi
Capire questo non serve a creare alibi o cercare colpevoli all’esterno per i nostri insuccessi, ma serve a creare consapevolezza. Perché quando inizi a vedere il contesto, lo sguardo si amplia e si fa sistemico:
riconosci meglio i limiti (tuoi e del sistema)
smetti di interpretare tutto come “mancanza personale”
inizi a fare scelte più intenzionali
Non saranno sempre scelte più facili, ma sicuramente più lucide.
Non è meno ambizione. È più comprensione.
Non si tratta di volere meno o di ridimensionarsi. Si tratta di capire meglio il campo da gioco e giocarci con più consapevolezza: in poche parole è tattica.
Perché l’agency non è libertà assoluta. È capacità di movimento. E più capisci il contesto, più quel movimento diventa reale, possibile.
Una domanda aperta
Se ripensi alle tue scelte, in termini di studio, lavoro oppure direzione, quanto erano davvero “libere”? E quanto, invece, erano influenzate da ciò che vedevi possibile?