Settimana delle STEM
Cosa resta quando spegniamo i riflettori?
Ogni anno, a febbraio, la settimana delle STEM riempie scuole, aziende e social di iniziative, eventi, post ispirazionali.
Si conclude poi con la Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nelle Scienze, l’11 febbraio. Bambine con il camice, ragazze incoraggiate a “credere in sé”, role model chiamate a raccontare che sì, si può fare.
Ed è giusto così. Serve. È necessario. È importante.
Negli ultimi giorni, però, parlando di STEM, mi sono ritrovata a guardare mia figlia.
Le possibilità che le raccontiamo oggi, i modelli che le mostriamo, il mondo che le diciamo possibile ed accogliente… sarà così davvero? Siamo sincere?
E mi sono chiesta se il problema sia davvero convincere le bambine a entrare nelle STEM, o piuttosto chiederci che tipo di mondo le aspetta quando ci entreranno.
Perché attrarre ragazze nelle STEM è solo il primo pezzo del problema. Il secondo – molto meno raccontato – è capire che cosa succede dopo, quando quelle ragazze diventano donne, lavoratrici, professioniste, madri o caregiver.
La Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza non basta, se resta solo una celebrazione
Le iniziative di orientamento precoce hanno un valore enorme. Allargano l’immaginario, rompono stereotipi, mostrano possibilità. Dire alle bambine che le STEM non sono “da maschi” è ancora necessario, purtroppo.
Ma se ci fermiamo lì, rischiamo un cortocircuito pericoloso: invitiamo le ragazze a entrare in un sistema che non è ancora pronto a trattenerle.
E allora la Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza rischia di diventare una vetrina. Bella, colorata, motivante. Ma scollegata da ciò che accade davvero nei contesti di lavoro.
E questo oltretutto non riguarda solo le STEM: le STEM sono semplicemente l’ambito in cui le contraddizioni del mondo del lavoro diventano più visibili, più rapide, più dure.
Le ragazze hanno già le competenze per il futuro (anche quello VUCA)
C’è un altro punto che spesso viene trascurato.
Quando parliamo di futuro del lavoro – complesso, incerto, interconnesso – usiamo parole come adattabilità, pensiero sistemico, capacità di gestire l’ambiguità, collaborazione.
Le stesse competenze che, storicamente, vengono considerate “soft”… che, guarda caso, sono anche le competenze che molte bambine sviluppano precocemente, conseguentemente alle norme e ai costumi sociali del nostro quotidiano: mediazione, cura delle relazioni, lettura dei contesti, adattamento. A scuola vengono spesso premiate. Nel lavoro, poi, non vengono riconosciute e ci si “dimentica” che quelle sono competenze proprie del femminile.
Il problema non è che le ragazze non siano adatte alle STEM.
Il problema è che il valore che portano raramente viene riconosciuto, soprattutto nei contesti tecnici e ingegneristici.
Entrare nelle STEM è una cosa. Restarci è un’altra.
Qui si apre il vero nodo.
I dati lo mostrano da anni: molte donne entrano nei percorsi STEM, ma una parte significativa si perde lungo il cammino. Le carriere rallentano, si interrompono, si appiattiscono. Non per mancanza di competenza, ma per una combinazione di fattori strutturali.
Il problema non è l’accesso, ma la retention.
E parlare di retention significa smettere di guardare solo alle scelte individuali e iniziare a interrogare il sistema.
Il lavoro STEM e la maternità: una frattura ancora aperta
Nei contesti STEM, la maternità è spesso trattata come un’eccezione. Un evento imprevisto. Un rallentamento “personale”.
Ma la maternità non è un incidente di percorso: è una possibilità strutturale della vita lavorativa di una parte enorme della popolazione.
Eppure, quando arriva, molte donne scoprono che il sistema non è progettato per reggere quella complessità. I carichi di cura restano sbilanciati, la flessibilità è concessa più che riconosciuta, le opportunità diventano improvvisamente meno accessibili.
Non perché le donne siano meno valide, ma perché il modello di lavoro resta costruito su una disponibilità maschile continua, storicamente sostenuta dal lavoro di cura di qualcun altro.
Quando una donna esce dalle STEM dopo una maternità, non è una scelta individuale.
È un fallimento progettuale del sistema.
Senza politiche di genitorialità condivisa, la parità resta teorica
Se vogliamo parlare seriamente di donne nelle STEM, dobbiamo parlare di politiche del lavoro. Non come tema accessorio, ma come elemento centrale.
Congedi, flessibilità reale, modelli organizzativi che non penalizzino chi ha responsabilità di cura non sono “benefit”. Sono strumenti di equità.
Finché la genitorialità continuerà a essere letta come un problema femminile, la carriera delle donne continuerà a essere più fragile, più lenta, più esposta.
Il ruolo dei manager uomini: una responsabilità spesso rimossa
C’è un altro punto che raramente viene affrontato apertamente: il ruolo della popolazione maschile, in particolare dei manager, nei grandi contesti aziendali.
Non basta “trattare tutti allo stesso modo”.
Perché lo stesso modo, in un sistema diseguale, produce diseguaglianza.
Un manager che non conosce cosa sia il performance bias, che ignora il meccanismo della motherhood penalty o il fatherhood bonus, non è neutrale. Sta semplicemente applicando criteri che penalizzano sempre le stesse persone.
Formare i manager su questi temi non è un favore alle donne.
È una condizione minima per un’organizzazione che voglia dirsi meritocratica.
E allora, cosa resta?
La settimana delle STEM e la Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza servono.
Ma non possono restare un evento isolato.
Se vogliamo che le bambine di oggi diventino donne STEM domani, che possano avere successo e soddisfazione professionale, dobbiamo lavorare sui contesti, sulla cultura del lavoro, sulle politiche e sulla formazione di chi prende decisioni.
Perché le bambine di oggi non hanno bisogno solo di ispirazione: hanno bisogno di adulti che si prendano la responsabilità di cambiare i sistemi.
Se vogliamo che possano scegliere davvero – le STEM o qualunque altra strada – dobbiamo costruire contesti in cui restare non sia un atto di resistenza, ma una possibilità normale.